AndroidLab

Il Laboratorio Italiano Android e Google Chrome

AndroidLab.it pur essendo un blog sul mondo Android e Google, è tenuto da persone che sono prima di tutte appassionate di tecnologia e di tutto quello che gli gira intorno. Quindi spero che potrete scusare questa piccola digressione domenicale e trovarla interessante.

Sicuramente tutti voi avrete letto la notizia che il WiFi pubblico in Italia finalmente potrà essere libero senza le restrizioni che fino ad oggi erano imposte. Qual’è la situazione e cosa cambierà? Ci sono i presupposti perchè la “Serva Italia” si porti al passo con gli altri Paesi?
Questa vuole essere un’analisi puramente dal punto di vista tecnico, che spero aiuti a chiarire o contribuisca alla discussione.

La notizia che è sulla bocca di tutti e che viene ripetuta più è più volte è che dal primo gennaio 2011 anche in Italia (come accade già in tutti i paese civilizzati) si potrà usare un hotspot wifi pubblico, sia esso di un bar ristorante o aeroporto, senza bisogno che ci si sia prima identificati con un documento di identità.
Voi, come me, direte al sentire quest’annuncio, era ora! sperando che dal 2011 potrete magari camminare per la vostra città con il vostro Android passando da un hotspot all’altro con comodità. Forse però è meglio mettere da parte un attimo quello che è il desiderio/sogno di tutti noi e ragionare un po’ a mente fredda.

La situazione prima.

Dopo gli attentati alla metropolitana di Londra di cinque anni fa, venne emanato il decreto legge Pisanu in materia di sicurezza, che all’articolo 7 conteneva le disposizioni restrittive in materia di accessi wifi pubblici che obbligava il fornitore di un tale servizio a fornire le chiavi di accesso all’hotspot solo previa registrazione con un documento di identità valido, inoltre obbligava a fornirsi di appositi software per regolare e monitorare l’accesso che rientravano in determinate specifiche tecniche.
Erano norme molto restrittive, di fatto le più restrittive che non trovavano eguali nemmeno in quei Paesi che avevano di fatto subito un attentato. Norme di sicurezza così dette a costo zero per lo stato, che però sono più solo uno specchietto per chi di tecnologia capisce poco o niente che veramente utili ai fini della sicurezza collettiva.
Questo decreto è uno dei motivi principali dell scarsissima diffusione di hotspot pubblici in Italia. Non tanto per il fatto che bisognava identificarsi per accedere, quanto per i costi, burocratici e non, che un eventuale locale pubblico doveva sostenere per fornire questo servizio, ne valeva la pena? Molti, soprattutto i locali più piccoli pensavano di no e preferivano farne a meno.

Perchè è importante che il WiFi sia libero.

L’importanza nel poter disporre ovunque in città di tanti punti di accessi liberi non è da sottovalutare.
Non è questione solo di poter giocare a farmville anche al bar, la questione è di maggior importanza e rilievo. Poter disporre di una fitta rete di hotspot pubblici, contribuisce nei cittadini a diffondere la cultura tecnologica e di internet che dire che in italia manca è dir poco. Se la cultura dell’accesso pubblico si diffonde inizialmente nelle grandi città, poi viene trasmessa anche nei piccoli centri, il che ha un rilievo maggiore si si pensa al risvolto turistico.
Vi faccio un esempio. Quest’estate ero dalle parti di Trieste con un mio amico ed un giorno abbiamo deciso di andarcene in Slovenia, nella capitale Ljubjana. Eravamo naturalmente senza cartine o gps ma comunque avendo visto il percorso prima di partire nessun problema, ma una volta arrivati in città, naturalmente, c’erano dei lavori e alcune strade erano chiuse. Non mi perdo d’animo, mentre il mio amico continua a guidare io accendo il wifi del mio Milestone e non faccio in tempo ad accenderlo che ho l’imbarazzo della scelta di hotspot pubblici aperti, tutti di bar e ristoranti. Morale della storia, in due secondi con Maps troviamo il modo di arrivare a destinazione.

Ora immaginate questa storia trasposta a Roma, un turista straniero, che è abituato a trovare una miriade di hotspot pubblici aperti nella sua città, accende il wifi e di fatto l’unico modo che ha per connettersi è che qualche sprovveduto abbia lasciato non protetta la propria rete wifi domestica.
Potete benissimo capire quanto possa essere deludente per un turista abituato alle comodità e modernità di un paese occidentale, scoprire che l’Italia non è occidentale in tutto.
Poter disporre di hotspot pubblici è oggi un segno di civiltà e modernità, il controllo maniacale, in nome di una paventata sicurezza collettiva, no.

Perchè controllare l’accesso non porta sicurezza.

Ho prima detto che queste norme non aumentano o facilitano in nessun modo l’aumento della sicurezza collettiva, mi sembra giusto quindi argomentare questa affermazione.
Senza l’identificazione tramite carta di identità, il massimo dettaglio che si ha sulla connessione è l’indirizzo MAC del dispositivo che si è connesso, l’indirizzo MAC è univoco globalmente, naturalmente però questo identifica la macchina, o meglio solo l’interfaccia di rete che si è connessa, ed è qui che viene l’associazione  documento di identità-pc, raccogliendo le identità di chi si è connesso io so come e quando si è connesso e cosa ha fatto. Tutto fila liscio e ci sentiamo tutti più sicuri.
Ora mettiamo che io sia un criminale e voglia usare la connessione di un bar per compiere illeciti, mi registro con un documento valido o falso secondo voi? poi perchè dovrei rischiare di farmi vedere in un luogo pubblico quando posso fare tutto comodamente da casa? Veramente si vuol pensare che le mafie o il terrorismo non abbiano altri mezzi per compiere illeciti?
Si potrebbe obiettare che se fosse completamente libero per tutti però allora si renderebbero le cose molto più facili ai criminali, si, forse, ma è giusto sacrificare una libertà ed un diritto collettivo per questo? se si vuole combattere mafia e terrorismo gli sforzi non vanno forse indirizzati altrove piuttosto che nella negazione di una libertà molto facilmente aggirabile da chi ha mezzi e conoscenza?
Inoltre è anche giusto chiederci, perchè in quei Paesi che hanno fatto della sicurezza dello stato una questione primaria, fino a diventare maniacale, mai si sono sognati di fare una legge del genere?
Forse perchè sanno che negare una libertà difronte a benefici nulli è solo deleterio.

La situazione odierna.

Mi direte che ho fatto tutta questa filippica inutile su qualcosa che da oggi non sarà nemmeno più in vigore, me ne dovrei solo rallegrare invece di farvi perder tempo.
Purtroppo le cose non stanno proprio così. Quel che il pacchetto sicurezza Maroni ha varato, contiene solo il fatto che non sarà rinnovato l’articolo 7 del decreto Pisanu.
Il punto è che l’unica norma dell’art.7 che chiedeva di essere rinnovata annualmente, era quella relativa all’obbligo per chi vuol fornire un servizio di accesso wifi pubblico, di chiedere l’autorizzazione alla questura di competenza (con tutti i tempi burocratici), che solo previa verifica dava l’ok. Questa norma quindi a partire dal 1° gennaio non è più in vigore, ma restano in vigore tutte le altre, non facendo cambiare di fatto nulla per l’utente finale.
Perchè la situazione cambi, è necessaria una legge che abroghi (e la totale abrogazione sembra non si voglia) la precedente o che la sostituisca con norme, si spera, più leggere.

Ad oggi però nulla si sa a riguardo, non si sa bene il come o il quando, di sicuro per i tempi tecnici che richiede una legge nuova, per il 1° gennaio non entrerà in vigore. L’unica cosa forse sensata che si potrebbe fare, è abrogarla completamente e lasciare il wifi libero finché non entri in vigore una nuova normativa.

Il punto è che le idee della nuova normativa che trapelano, parlano comunque di una identificazione light, magari tramite i gestori di telefonia (e questo però negherebbe l’accesso facile ai turisti) o altre idee molto vaghe e superficiali che dicono tutto e niente, se non che di fatto una sorta di identificazione ci sarà sempre.
Viene negato così quello che è il sogno di tutti noi ovvero girare per le nostre città connettendoci al wifi con facilità ed in totale libertà

Michele Dipace

Admin di Androidlab e "Computer Addicted", ha cominciato la sua"carriera" nella metà degli anni 80 sui computer 8 bit Commodore e Sinclair passando poi al 16 bit Amiga, diventandone grande appassionato. Oggi Linux user, crede che Android sia il sistema operativo destinato ad emergere nel mercato della telefonia mobile.

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