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Andrea Chiarelli ha pubblicato sul suo blog personale un interessante articolo che parla di un argomento molto importante per il futuro dell’informatica e delle modalità di accesso e gestione dei dati: il Cloud Computing.

Ve lo riporto integralmente perché ne condivido pienamente le conclusioni che seppure sono riferite ad un ambito aziendale, possono secondo me essere valide anche nel contesto dei dati individuali.


Recentemente Richard Stallman, il fondatore ed ispiratore della filosofia Free Software, ha indicato il Cloud Computing come una tecnologia che adotterebbero solo gli sciocchi, in quanto priva gli utenti del controllo diretto sui propri dati.
L’osservazione scaturiva da un commento su ChromeOS, il nuovo sistema operativo di Google basato su alcuni concetti del Cloud Computing.
A prima vista l’osservazione “colorita” di Stallman sembrerebbe ragionevole: chi mai affiderebbe i dati delicati della propria azienda a un terzo con il rischio di non poterne più entrare in possesso quando e come vuole e, peggio ancora, con il rischio che ad essi accedano altri all’insaputa del titolare?

Eppure riflettendoci un attimo questa potenziale privazione del controllo sui propri dati non è una novità.
La prima volta che abbiamo inviato un messaggio di posta elettronica appoggiandoci al server del nostro Internet provider abbiamo rinunciato a questa prerogativa.
Senza parlare poi di quando abbiamo pubblicato il nostro sito Web su un server di altri, magari integrato con applicazioni che forniscono informazioni su ordini, fatture, clienti, fornitori, ecc.
La prima volta che abbiamo affidati a terzi servizi come archiviazione online o elaborazione dati abbiamo potenzialmente perso il controllo sui nostri dati.
La “delocalizzazione” dei dati è in realtà iniziata da un bel po’.

Ma anche facendo un parallelo nel mondo “fisico“, i paragoni potrebbero essere diversi.
Ormai quasi nessuno mette più i soldi sotto il mattone. Quasi tutti affidano i propri risparmi alle banche. Cosa succederebbe se queste non intendessero restituirci quanto è nostro?
Questo vale anche per i dati sui redditi che affidiamo ai commercialisti o le informazioni sulla nostra salute che affidiamo ai medici.

Come vengono affrontate queste situazioni nel mondo “fisico“? Come devono essere affrontati le analoghe situazioni nell’ambito del cloud computing?

A mio avviso il Cloud computing non rappresenta altro che una evoluzione dell’outsourcing in ambito IT e va quindi affrontato in questi termini. Esiste il pericolo della perdita di controllo come esiste il pericolo di dipendere dallo specifico fornitore di servizi. Il pericolo non è diverso da quello di numerosi altri servizi a cui siamo già abituati da tempo, quindi non ha senso demonizzare uno strumento che può portare dei vantaggi all’IT aziendale.

Quello che non bisogna fare è fidarsi ciecamente ed essere troppo entusiasti. La scelta di cosa portare e di cosa non portare sul cloud è essenziale e dipende dagli obiettivi e strategie di ciascuna azienda.
In conclusione, come sempre, occorre valutare attentamente pro e contro di una scelta strategica che può portare vantaggi e/o problemi, ma la causa dei problemi quasi sempre non è nello strumento o nella tecnologia, ma nell’uso che se ne fa.

Fonte

Michele Dipace

Admin di Androidlab e "Computer Addicted", ha cominciato la sua"carriera" nella metà degli anni 80 sui computer 8 bit Commodore e Sinclair passando poi al 16 bit Amiga, diventandone grande appassionato. Oggi Linux user, crede che Android sia il sistema operativo destinato ad emergere nel mercato della telefonia mobile.

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  • Il punto di vista di Andrea mi sembra equilibrato e come non poter essere d'accordo con la sua ultima frase riguardo al fatto che la tecnologia è a servizio dell'uomo e sta a quest'ultimo usarla nel modo più corretto.
    Mi sembra però pretestuoso il fatto di partire da quanto detto da RMS riportando la parte più colorita di un lungo articolo. Spesso questi grandi pensatori sono qualche passo avanti a noi e quello che mi sembra fosse il principale obiettivo del suo intervento era quello di lanciare un segnale di allarme per il prospettarsi di uno scenario dove non si possa più scegliere e il cloud sia l'unica via.
    Questo scenario prospettato da RMS non è così improbabile ed è la visione di un giorno dove non sarà più possibile scegliere se salvare il propri documenti nella nuvola o sul proprio disco locale che lo preoccupa ed è il motivo per cui critica ChromeOS.
    In particolare, secondo me, la possibilità di avere i propri documenti sempre disponibili in rete (lo faccio già con il mio server di casa via webdav, con MobileMe e con DropBox, ma sarà ancora più comodo con ChromeOS) è una gran cosa, ma questo è una scelta che io posso fare e voglio continuare a poterla fare… se possibile.

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